Un nuovo report sulla frontiera Serbia-Ungheria

Annapaola Ammirati e Ilaria Sommaruga ci raccontano in un denso e approfondito report quanto accade nell’estate del 2016 sul territorio ungherese a ridosso del confine con la Serbia. La rotta balcanica è ormai chiusa e l’Ungheria attraversa un periodo di forte tensione rispetto alla questione dei richiedenti asilo che transitano sul proprio territorio.

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Le autrici espongono con sguardo critico normativa e prassi relative al sistema di asilo ungherese, con un’attenzione specifica alle procedure di frontiera che vanno acquisendo a livello europeo sempre maggiore centralità.

Scarica QUI il report completo

 

Dall’introduzione

L’Ungheria, rappresentava, e rappresenta, la porta di ingresso per l’Europa e una tappa obbligatoria per i richiedenti asilo provenienti dall’Afganistan, dall’Iran e dal Bangladesh. Il muro in Ungheria è cosa nota: filo spinato e polizia, strumenti di selezione per limitare gli ingressi nel territorio dell’Unione Europea. Tale barriera, completata nel settembre del 2015, copre i 175 km di confine con la Serbia.

Nel 1990 dopo il cambiamento di regime, l’Ungheria, ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951, mantenendone il limite geografico fino al 1998.2

Fino al 2013, 3500-5000 richiedenti asilo sono arrivati in Ungheria ogni anno, soprattutto dalla ex Jugoslavia, Africa e Medio Oriente e solo il 5-10% di loro ha ottenuto lo status di rifugiato3.

Già nel 2009 l’Ufficio per l’Immigrazione e Nazionalità (OIN), l’ente responsabile della procedura di asilo4, aveva annunciato che l’Ungheria non era più in grado di gestire la rapida crescita di richiedenti asilo: se nel 2012 i richiedenti asilo presenti erano 1572, nel 2013 il numero di richiedenti protezione internazionale registrati – per lo più provenienti da Kosovo, Pakistan e Afghanistan5 – è stato pari a 18900.

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